Le colombe di Diana

“Senza il calore sufficiente, […] il mercurio dei filosofi, solido a temperatura ambiente, non si liquefarebbe nella sua convessità né – spinto al bianco il fuoco – darebbe, in vapori condensati, i suoi ciuffetti regali e tremolanti, i suoi cristalli tenui e candidi che Filalete, per parte sua, sedotto dalla lanugine immacolata, chiamò molto pertinentemente le colombe di Diana.”

Eugène Canseliet, L’Alchimia, Edizioni Mediterranee, Roma 1996, p. 33.

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Cino da Pistoia, philosophus per ignem

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Ecco un sonetto di Cino rimasto finora inspiegato. Il suo significato si chiarisce agevolmente se si suppone che esso sia di argomento alchemico, il che suggerisce che Cino – oltre a essere un giurista e un poeta di grande rinomanza – coltivava discretamente una terza, più privata, occupazione.

Perché voi state forse ancor pensivo
d’udir nuova da me, poscia ch’io corsi
su quest’antica montagna degli orsi (1),
de l’esser di mio stato ora vi scrivo:
che ‘l mio cammino a veder follia (2) torsi;
e per mia sete temperare a sorsi,
chiar’acqua visitai di blando rivo (3):
ancor, per divenir sommo gemmieri (4)
nel lapidato (5) ho messo ogni mio intento,
interponendo varj desideri (6).
Ora ‘n su questo monte tira vento (7);
ond’io studio nel libro di Gualtieri (8),
per trarne vero e nuovo intendimento.

(1) I critici si sono spinti fino a pensare che Cino stia qui alludendo a un colle appenninico tra Toscana ed Emilia denominato “colle degli orsi”, senza poi essere in grado di spiegare per quale ragione Cino avrebbe dovuto andarvi. Secondo noi egli qui allude alla montagna dell’Orsa, ossia al monticello segnato dalla stella polare (l’Orsa minore) menzionato dai migliori autori alchemici, cioè la materia dell’opera.

(2) L’alchimista si paragona spesso e volentieri a un folle, da un lato per analogia con il termine latino che indica il soffietto per attizzare il fuoco (follis), dall’altro perché la sua ricerca è considerata dai profani frutto di follia. Un manoscritto alchemico dell’inizio del XVII secolo ha addirittura come titolo La génération et opération du Grand Oeuvre pour faire de l’or: ouvrage très ruineux et des plus chimériques et extravagants, idée sortie de la cervelle d’un échappé des petites maisons.

(3) Questo “rivo” è a nostro avviso la “fontaine des amoureux de science” cantata dall’alchimista Jeahn de la Fontaine di Valenciennes. La materia dell’opera alchemica è sovente paragonata a un’acqua.

(4) La pietra filosofale è sovente paragonata a una pietra preziosa, e particolarmente a un rubino. Un antico manoscritto latino si intitola appunto Manuductio ad rubinum coelestem.

(5) I commentatori, costernati, non comprendono il senso della parola “lapidato”.  Alcuni si spingono fino a sostenere che essa non esista in italiano. Naturalmente esiste il verbo “lapidare” di cui “lapidato” è il participio passato sostantivato. Il problema è che tale verbo significa l’atto di uccidere qualcuno mediante il lancio di pietre, e non si capisce che nesso avrebbe con il testo. Tutti hanno trascurato il fatto che questo verbo possiede anche un altro significato molto tecnico: esso designa infatti l’atto di levigare una superficie metallica con un abrasivo a grana fine fino a renderla lucida come uno specchio. La fase alchemica delle purificazioni è sovente paragonata appunto a una levigazione che produrrà quello che viene chiamato lo specchio della natura. Dunque è in questo lavoro che Cino è impegnato.

(6) Qui Cino ammette di non saper bene come procedere.

(7) Evidentemente le condizioni atmosferiche e climatiche, così importanti in alchimia, in quel momento non sono tali da consentire la sperimentazione pratica.

(8) I commentatori, accecati dal fatto che Cino era giurista, identificano questo “Gualtieri” con Guarniero o Irnerio che è stato uno dei primi dottori in legge civile di Bologna autore, intorno al 1135, di una famosa glossa sulle Pandette. E poco importa che Guarniero o Irnerio sia ben altra cosa da Gualtieri. Noi identifichiamo invece il Gualtieri di Cino con Gualterius o Galvanus della Flamma, predicatore francescano menzionato da Lynn Thorndyke nel suo History of Magic and Experimental Science, vol. III, p. 32 in nota, e citato come autore di referenza dall’alchimista bresciano Giovan Battista Nazari nel suo Della tramutazione metallica sogni tre del 1599. Questo Gualterius, contemporaneo di Cino, risulta infatti autore di un piccolo trattato d’alchimia intitolato Epistola Imperatori Henrico missa,  che comincia con le parole “Recipe vitrioli Romani libram unam salis nitri lb. V”: Ecco secondo noi il libro che Cino aveva sotto gli occhi. Ovviamente, l’Enrico cui l’epistola è indirizzata è Enrico VII di Lussemburgo, stimatissimo da Dante, Cavalcanti, Cino e da tutta la cerchia del dolce stil novo.

Il significato alchemico della statua del “Disinganno” nella Cappella Sansevero a Napoli

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Per quanto non sia ormai più un segreto per nessuno il fatto che le magnifiche sculture della Cappella Sansevero a Napoli possiedano un significato esoterico – peraltro esplicitato con grande competenza da Sigfrido Höbel nell’eccellente volume che ha loro consacrato – si è ancora piuttosto lontani dal rendersi conto di quanto queste stringano da presso l’operatività alchemica. Chiunque pratichi concretamente l’Arte Regale si rende immediatamente conto che il Principe – se non praticava egli stesso, cosa che peraltro ci permettiamo di considerare impossibile – possedeva comunque certamente una conoscenza precisa e dettagliata della tecnica operatoria.
Semplificheremo brevemente il nostro punto di vista prendendo in considerazione una delle più straordinarie tra queste sculture, ossia il Disinganno. Premettiamo che – ben lungi dal volerla in qualche modo correggere – concordiamo del tutto con l’interpretazione di Höbel quando afferma che

“essa [l’allegoria del Disinganno] mostra, con grande precisione, proprio questa misteriosa Operazione nel corso della quale lo Zolfo viene liberato dalla prigione corporea in cui è rinchiuso.”

HÖBEL S., La cappella filosofica del Principe di Sansevero, Stamperia del Valentino, Napoli, 2010, p. 215.

Proprio di questo si tratta nella scultura e le nostre brevi precisazioni, per essere ben comprese, non possono che presupporre la lettura delle numerose pagine del commento höbeliano: si apprenderà così che cosa simboleggiano la sfera, la rete, il libro, l’angelo, ecc., ossia tutti gli elementi formali che compongono l’allegoria, dispensando noi dal dilungarci in proposito.
Per amore di precisione noteremo quindi che la “misteriosa operazione” di cui parla Höbel – ossia quella “seconda opera” conosciuta da ben pochi ed effettivamente realizzata da pochissimi – è in realtà composta da molte fasi, e il Disinganno si riferisce assai precisamente solo a una di queste.

Chi ha letto il commento höbeliano sa ormai che nella seconda opera si tratta essenzialmente di pescare il pesce mistico – chiamato nei testi coi nomi di remora, delfino, sogliola, ecc. – per mezzo di una delicata rete costruita ad arte. Questo pesce è il mercurio dei filosofi o rebis e la rete mediante cui lo si pesca è la sostanza denominata vitriol, leone verde e smeraldo dei saggi. Ma il lavoro non è né così semplice né così lineare, perché la remora non viene pescata come tale in un colpo solo, bensì nel corso di numerose operazioni, ciascuna delle quali porta alla cattura di qualcosa che tuttavia non è ancora possibile distinguere dal mezzo che lo ha intrappolato. In queste fasi intermedie, il pesce fa tutt’uno con la rete e perché appaia nella sua forma visibile, che è quella di un bottone discoidale assai minuscolo, occorre un’operazione supplementare che è appunto quella cui si riferisce il Disinganno. Questa operazione, che la fantasia di Flamel descrisse sotto l’allegoria del massacro degli innocenti, è quella in cui numerose reti – naturalmente con ciò che contengono (sono appunto questi gli innocenti massacrati) – vengono messe insieme al fine di poter precipitare la remora. Divenuta alfine manifesta, essa verrà raccolta in fondo al crogiolo, una volta tolta di mezzo la sostanza che la intrappolava. E a questo proposito vogliamo aggiungere che il leone verde, nel corso di questa seconda fase della seconda opera, prende proprio l’aspetto di un finissimo reticolo salino, insomma di una rete.
A questa fase seguirà quella della confortazione e sta qui la ragione per cui lo spirito universale o fuoco celeste, simboleggiato dall’angelo, indica al rebis la sfera mercuriale di cui potrà pascersi a sazietà.

Anche se ci sarebbero da aggiungere altri importati dettagli, non desideriamo diffonderci oltre in un’esegesi operativa che rischia già di essere troppo rivelatrice.
Concluderemo dicendo che è solamente in questa prospettiva che si comprende l’autentico significato del verbo disingannarsi: esso qui equivale certamente a disilludersi, tuttavia nel suo senso più radicale e definitivo, che è quello di poter finalmente fare a meno delle speranze, spesso illusorie, che sostengono per lungo tempo l’alchimista nel suo incerto lavoro. Ora egli ha acquisito la Pietra nella sua prima forma, che è quella dello zolfo filosofico, e dunque può esclamare – come nel cassettone del castello di Dampierre citato da Fulcanelli – “Nunc scio vere”, “Ora so veramente”:

“Parole di viva gioia, intimo slancio di soddisfazione, grido di allegrezza che l’Adepto emette davanti alla certezza del prodigio.”

FULCANELLI, Le dimore filosofali, II, Mediterranee, Roma, 1973, p. 27.

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