
Ecco un sonetto di Cino rimasto finora inspiegato. Il suo significato si chiarisce agevolmente se si suppone che esso sia di argomento alchemico, il che suggerisce che Cino – oltre a essere un giurista e un poeta di grande rinomanza – coltivava discretamente una terza, più privata, occupazione.
Perché voi state forse ancor pensivo
d’udir nuova da me, poscia ch’io corsi
su quest’antica montagna degli orsi (1),
de l’esser di mio stato ora vi scrivo:
che ‘l mio cammino a veder follia (2) torsi;
e per mia sete temperare a sorsi,
chiar’acqua visitai di blando rivo (3):
ancor, per divenir sommo gemmieri (4)
nel lapidato (5) ho messo ogni mio intento,
interponendo varj desideri (6).
Ora ‘n su questo monte tira vento (7);
ond’io studio nel libro di Gualtieri (8),
per trarne vero e nuovo intendimento.
(1) I critici si sono spinti fino a pensare che Cino stia qui alludendo a un colle appenninico tra Toscana ed Emilia denominato “colle degli orsi”, senza poi essere in grado di spiegare per quale ragione Cino avrebbe dovuto andarvi. Secondo noi egli qui allude alla montagna dell’Orsa, ossia al monticello segnato dalla stella polare (l’Orsa minore) menzionato dai migliori autori alchemici, cioè la materia dell’opera.
(2) L’alchimista si paragona spesso e volentieri a un folle, da un lato per analogia con il termine latino che indica il soffietto per attizzare il fuoco (follis), dall’altro perché la sua ricerca è considerata dai profani frutto di follia. Un manoscritto alchemico dell’inizio del XVII secolo ha addirittura come titolo La génération et opération du Grand Oeuvre pour faire de l’or: ouvrage très ruineux et des plus chimériques et extravagants, idée sortie de la cervelle d’un échappé des petites maisons.
(3) Questo “rivo” è a nostro avviso la “fontaine des amoureux de science” cantata dall’alchimista Jeahn de la Fontaine di Valenciennes. La materia dell’opera alchemica è sovente paragonata a un’acqua.
(4) La pietra filosofale è sovente paragonata a una pietra preziosa, e particolarmente a un rubino. Un antico manoscritto latino si intitola appunto Manuductio ad rubinum coelestem.
(5) I commentatori, costernati, non comprendono il senso della parola “lapidato”. Alcuni si spingono fino a sostenere che essa non esista in italiano. Naturalmente esiste il verbo “lapidare” di cui “lapidato” è il participio passato sostantivato. Il problema è che tale verbo significa l’atto di uccidere qualcuno mediante il lancio di pietre, e non si capisce che nesso avrebbe con il testo. Tutti hanno trascurato il fatto che questo verbo possiede anche un altro significato molto tecnico: esso designa infatti l’atto di levigare una superficie metallica con un abrasivo a grana fine fino a renderla lucida come uno specchio. La fase alchemica delle purificazioni è sovente paragonata appunto a una levigazione che produrrà quello che viene chiamato lo specchio della natura. Dunque è in questo lavoro che Cino è impegnato.
(6) Qui Cino ammette di non saper bene come procedere.
(7) Evidentemente le condizioni atmosferiche e climatiche, così importanti in alchimia, in quel momento non sono tali da consentire la sperimentazione pratica.
(8) I commentatori, accecati dal fatto che Cino era giurista, identificano questo “Gualtieri” con Guarniero o Irnerio che è stato uno dei primi dottori in legge civile di Bologna autore, intorno al 1135, di una famosa glossa sulle Pandette. E poco importa che Guarniero o Irnerio sia ben altra cosa da Gualtieri. Noi identifichiamo invece il Gualtieri di Cino con Gualterius o Galvanus della Flamma, predicatore francescano menzionato da Lynn Thorndyke nel suo History of Magic and Experimental Science, vol. III, p. 32 in nota, e citato come autore di referenza dall’alchimista bresciano Giovan Battista Nazari nel suo Della tramutazione metallica sogni tre del 1599. Questo Gualterius, contemporaneo di Cino, risulta infatti autore di un piccolo trattato d’alchimia intitolato Epistola Imperatori Henrico missa, che comincia con le parole “Recipe vitrioli Romani libram unam salis nitri lb. V”: Ecco secondo noi il libro che Cino aveva sotto gli occhi. Ovviamente, l’Enrico cui l’epistola è indirizzata è Enrico VII di Lussemburgo, stimatissimo da Dante, Cavalcanti, Cino e da tutta la cerchia del dolce stil novo.