In memoria di Roger BOURGUIGNON (24 ottobre 1941 – 6 ottobre 2017)

Ricordo qui il fratello maggiore a cui devo il mio ingresso nella pratica dell’alchimia. Fu uno dei pochi allievi di Eugène Canseliet e rimase strettamente legato alla sua famiglia anche dopo il suo decesso. Intimo di Jean Laplace e di Daniel Dupuis, con i quali condivideva la conoscenza della reale identità di Fulcanelli, fu abile artista e si spinse molto avanti nella pratica dell’Opera Regale. Fu sincero, umile ed estremamente generoso come dev’essere un autentico filosofo ermetico. Riposi in pace.
N.

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Qualche osservazione sopra l’assazione preliminare

È dunque la stibina, trisolfuro naturale di antimonio, la benedetta prima materia dell’Opera Fisica? Sì e no. Sì, perché costituisce la base della nostra materia, no, perché non lo è ancora. C’è infatti bisogno della nostra arte perché quest’ultima si formi. Non è difficile comprendere come questa operazione preliminare che trasforma un semplice minerale nella nostra materia sia affatto decisiva per tutto il prosieguo dell’Opera. L’unico autore che ne ha fornito una certa descrizione, in vari luoghi dei suoi scritti, è stato Eugène Canseliet.
Poiché molti di questi luoghi testuali sono di difficile reperimento, abbiamo concepito l’idea di riunirli in uno solo, a beneficio del neofita: infatti, nonostante quello che Canseliet ne ha detto, la maggioranza dei ricercatori fallisce proprio in questa decisiva operazione preliminare, tanto che alcuni, scoraggiati, hanno finito addirittura per considerarla una chimera.
Aggiungeremo infine qualche riga di nostro pugno a commento dei testi.

1956a. Les douze clefs de la philosophie, p. 58.

“Allora fu udita questa parola TRINC, …celebrata e intesa da tutte le nazioni”, da Alcofribas senza dubbio presa dal greco, Τρυξ, Truks, feccia del vino, che è la sorgente del sale vergine che costituisce, in linguaggio argotico, il trucco, vale a dire il modo di operare la separazione iniziale”.

1956b. Les douze clefs de la philosophie, pp. 242-43.

“Si sa che la vite è il simbolo riconosciuto della pietra dei filosofi – soggetto iniziale della Pietra Filosofale –, cioè della materia che l’alchimista prepara all’inizio del suo lavoro. In seguito è da questa vite che dovrà, secondo il consiglio di Raimondo Lullo, estrarre il succo, al fine di ottenerne i suoi due vini, di cui uno è bianco, l’altro rosso. Tuttavia, non raggiungerà questo scopo e non riuscirà l’operazione progettata, senza l’aiuto del sale o fuoco segreto. Perché è lui il tutore, il sostegno, il veicolo, il corpo robusto offerto alla vigna ermetica la cui costituzione debole e gracile reclama che sia assistita. Questo tutore, sostituendo la propria materia a quella, più fragile, del vegetale simbolico, gli fornisce unicamente l’apporto del suo vigore e della sua resistenza, senza modificare né sottrargli alcuna delle sue intrinseche virtù. Così il fuoco segreto non apporta alla pietra né disturbo né ombra, benché la custodisca strettamente e si eriga in fedele, in perseverante protettore della quintessenza celeste di cui è tutta impregnata. Per questo il Cosmopolita – lo abbiamo segnalato nel piccolo trattato che precede le Dodici Chiavi – dipinge allegoricamente il fuoco segreto come il guardiano inesorabile, il giudice e il carceriere delle prigioni in cui il solfo rimane prigioniero e sottomesso alla sua volontà. E se l’Adepto lo chiama Saturno, non è perché voglia indicarci da dove questo fuoco trae la sua origine, ma soltanto per sottolineare la colorazione nera che prende con il composto, la quale colorazione è il segno manifesto dell’accesso al primo regime dell’Opera, l’inizio, il risveglio della vita minerale”.

1958. Prefazione alla seconda edizione in FULCANELLI, Le dimore filosofali, I, Mediterranee, Roma, 1973, p. 29.

“Il trucco dell’opera, quindi, starebbe tutto nell’aggiunta di sale tartaro proveniente dall’attacco del nitro, che è considerato la sostanza chiave, o uno dei componenti del fuoco segreto che gli alchimisti conservarono così rigorosamente nascosto nei loro trattati”.

1972a. L’alchimie expliquéee sur ses textes classiques, pp. 147–149.

“All’inizio dei lavori che Ercole riuscì, ai tempi mitologici, qual è l’operazione, in qualche modo preliminare, sulla quale gli autori, per la maggior parte, tacquero o della quale parlarono solo analogicamente, e di cui sembra proprio che, più di ogni altra, sia stata trasmessa da bocca a orecchio?
Essa risiede nell’imperiosa necessità che il soggetto, minerale e d’elezione, il cui ruolo, più tardi, sarà di rincrudire, sia riportato, il più possibile, verso lo stato primordiale; quello che era il suo e di cui godeva all’interno del suo giacimento minerario. Ecco perché noi faremo qui una confidenza del tutto inabituale, quand’anche possa sembrare, di primo acchito, di una banalità sorprendente. In effetti, se non fosse lo sforzo che l’uso del mortaio e del suo pestello reclama, nulla apparirebbe più ordinario del fatto che l’alchimista riduca una sostanza in polvere fine.
È in questo stato di divisione fisica che l’individuo minerale si offre adatto alla misteriosa rincrudazione. Fulcanelli, in una nota a piè di pagina, fu il primo a spiegare questo sostantivo, allo stesso tempo che il suo verbo generatore:

«Termine di tecnica ermetica che significa rendere crudo, vale a dire rimettere in uno stato anteriore a quello che caratterizza la maturità; retrogradare verso l’origine e il principio».

È necessario che la materia acquisisca, al punto più alto, quella qualità genesiaca, per il tempo delle operazioni in cui diventerà, secondo «l’antichissimo filosofo» Artefio, l’unico agente, per questa arte, nel mondo intero, che, evidentemente, può risolvere e rincrudare i corpi metallici, con la conservazione della loro specie — unicum agens in toto mundo in hac arte quod videlicet potest resolvere & reincrudare corpora metallica sub conservatione suae speciei.
Il lettore attento avrà senza dubbio pensato, e non senza ragione, che la nostra comunicazione rimarrebbe incompleta. Effettivamente, non bisogna dimenticare che il fuoco, vale a dire l’elemento del calore e delle fiamme, artigiano capitale, interviene già dall’avvio della lunga elaborazione filosofale.
Qui la fisica deve aiutare la chimica, in un’azione che è intima e reciproca e che giustifica il fatto che, di fronte all’una e all’altra, l’alchimia beneficia di ogni superiorità.
Soltanto colui che non ha mai sperimentato può non sapere, e nemmeno sospettare, la virtù onnipotente d’una sostentazione ignea, uguale e dolce, a lungo dispensata. In stretto rapporto con questa osservazione ripetuta in laboratorio, aggiungiamo che il nostro solfuro metallico, polverizzato con molta cura e messo in un pallone di vetro di circa due litri, vi costituisce comunque una massa ancora troppo densa perché il suo volume e le sue parti non debbano essere artificialmente distese ed aerate. L’artista conosce allora il servizio che il setaccio è idoneo a rendergli affinché per suo mezzo ottenga la ghiaia necessaria, e poi che la separi, dopo che avrà lungamente assicurato il suo ufficio.
Se non ci siamo resi colpevoli di una notoria divulgazione, proviamo almeno il sentimento d’aver commesso una reale violazione della disciplina tradizionale, in questo inizio del processo filosofale. Rimpiangiamo la nostra insubordinazione? Non lo pensiamo, davanti alla forte corrente di curiosità disinteressata che, a vantaggio della scienza di Ermete, si sviluppa da parecchi anni e non cessa di accrescersi.
L’operazione stessa non rimane meno elementare, benché molto delicata e reclamante molta cura e attenzione. È con essa che, l’abbiamo detto, l’alchimista entra già nella Grande Opera, con una sorta di assazione che richiede il grado, abbastanza basso, di calore detto del letame o della gallina che cova le sue uova, così come l’aiuto costante del termometro”.

1972b. L’alchimie expliquéee sur ses textes classiques, p. 287.

“Il Punto di Curie, manifestato dal grado calorico al disopra del quale i corpi ferromagnetici passano allo stato paramagnetico, è abbastanza significativo dell’orientazione alchemica dei lavori dello scienziato”.

1979a. Deux logis alchimiques, pp. 235.

“Riguardo a questo punto della scienza, quanto è generosa l’immagine del Plessis, che ci mostra che la lenta e terrestre tartaruga è divenuta marina; che il caos primario si è mutato in Saturno dei Saggi. Di questa operazione preliminare, lunga e sine qua non, abbiamo indicato esattamente il procedimento per la ragione, lo abbiamo detto, che niente è possibile senza di essa (rien n’est possible sans elle).
È facile concepirne l’importanza mediante la semplice constatazione che Fulcanelli, nei suoi due libri, non ne evocò la più piccola idea, quando invece noi dobbiamo testimoniare che dedicava a questa cottura dolce e lenta una cura particolarmente meticolosa. Bisogna, in effetti, mantenere l’armonia con la salita della luna nel cielo astrologico della Grande Opera fisica. Principalmente regolare bene la temperatura, rafforzarla o affievolirla a seconda dell’attività dell’astro, secondo che cresca, sia pieno o diminuisca; che sia apparente o nascosto nel firmamento notturno. Di quest’ultimo si osserverà, con la stessa attenzione, se è coperto o sgombro; come, riguardo all’atmosfera, se è calma o perturbata da pioggia o vento”.

1979b. Deux logis alchimiques, p. 239.
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1979c. La tourbe des philosophes, p. 7.

“[…] un giorno lo trovai [Fulcanelli] vicino a un dispositivo di termometri che emergevano da grandi palloni le cui pance appannate permisero comunque che intravedessi una polvere intensamente bruna, esaltata com’era dalla digestione dolce e lungamente intrattenuta. Era, evidentemente, il soggetto minerale della Grande Opera per via secca, che Dio riservò, sulla terra, per gli uomini e le donne di buona volontà.
Non importa soltanto che questa materia sia d’origine naturale, ma anche che la vita si risvegli in essa dolcemente, affinché essa divenga l’antimonio dei filosofi. L’arcano, in fondo, è così semplice, che molti artisti, tra i migliori e più caritatevoli, non trascurarono di dichiarare, al fine di proteggere il loro magistero contro l’avidità degli indegni, che la loro materia non è l’antimonio. Sarebbe possibile che li si trattasse da «invidiosi» e, insieme a loro, lo stesso Fulcanelli? Certo, quest’ultimo ne Le Dimore Filosofali scrisse:

«Queste considerazioni basate su una corrispondenza esatta delle parole non sono sfuggite ai vecchi maestri, né ai filosofi moderni i quali, sostenendole con la loro autorità, hanno contribuito a diffondere l’errore nefasto che l’antimonio volgare fosse il misterioso soggetto dell’arte».

Lo studente noterà l’utilizzo dell’epiteto volgare che qualifica l’antimonio prima che sia preparato, vale a dire che abbia recuperato la propria esistenza minerale, grazie alla delicata operazione che fu chiamata assazione”.

La citazione precedente è completata dalla nota seguente:

“Ho descritto chiaramente questa fase preparatoria, senza omettere il «trucco» fisico che fu tanto caro a Rabelais e che garantisce il perfetto compimento del processo. È il prezioso soccorso che riceverà il debuttante, se si applica a ben comprendere il capitolo VI de l’Alchimia spiegata sui suoi testi classici, che è stata edita da Jean-Jacques Pauvert”.

1981. La tourbe des philosophes, p. 11 e 12.

“in questo bel dopopranzo, ebbi la felice impressione d’essere entrato nella pelle del piccolo Jacques Tournebroche, sorpreso di vedere il suo caro padrino che si estasiava davanti alla squadra di palloni allineati in ordine, come per una parata, con i loro termometri uscenti dalla pancia attraverso il lungo collo tappato leggermente con un batuffolo di ovatta bianca. Alla fievole luce delle fiamme piccole e blu che leccavano mollemente il fondo delle scodelle riempite di sabbia fine, sui loro supporti a quattro piedi, questo grande laboratorio, installato nel sottosuolo, dava un’impressione strana, se non addirittura fantastica”.

“Nelle sue due belle opere, così sapienti e caritatevoli, il silenzio completo e apparentemente inspiegabile di Fulcanelli, riguardo all’assazione delicata del soggetto minerale rimane, per certi ricercatori seri, una fonte di riflessione e d’interrogazione. In effetti questa operazione preliminare, che aumenta la virtù paramagnetica della materia filosofale, spiega il rifiuto che il Maestro sembra pronunciare contro la scelta della stibina.
Il «figlio della Scienza» tuttavia non crederà che il nostro grande Fulcanelli si sia mostrato «invidioso», alla pagina 283 del tomo II de Le Dimore Filosofali, ove l’epiteto volgare prende tutta la sua significazione di aggettivo. Ciò che importa è che l’ossisolfuro naturale non rimane comune, e che diventa l’antimonio saturnino dell’antichissimo filosofo Artefio nel suo Libro Segreto. È per questa ragione che ho esaminato sinceramente operationem secretissimam dell’inizio, al sesto capitolo La Materia prossima e la sua preparazione, nel mio libro L’Alchimia spiegata sui suoi Testi classici”.

La lettura dell’intera serie di citazioni lascia agevolmente comprendere il motivo per cui ne abbiamo inserite alcune che a un esame superficiale parrebbero non avere rapporto con l’argomento.
Cerchiamo ora di riassumere le informazioni che Canseliet ci ha fornito.

Da 1972a desumiamo che si tratterebbe di polverizzare il più finemente possibile un certo quantitativo di stibina, mescolarlo a una certa quantità di ghiaia, mettere il tutto in un pallone pyrex e scaldarlo per lungo tempo alla temperatura di 40° circa.

1979a, in modo invero cabalistico e tuttavia non troppo difficile da decifrare, ci dice che la tartaruga terrestre è divenuta marina, modo semplice per suggerirci l’aggiunta di acqua salata. Se ciò non bastasse Canseliet, riguardo all’assazione, aggiunge anche che “rien n’est possible sans elle”, “niente è possibile senza di essa”, ma si noterà che “sans elle”, “senza di essa” è omofono a “sans sel”, “senza sale”, per cui la frase viene a dirci che “niente è possibile senza sale”. Di quale sale si tratti ce lo dice l’illustrazione 1979b che Canseliet inserisce qualche pagina più avanti e nella quale si vede Basilio Valentino spremere un grappolo d’uva su una tartaruga segnata dal simbolo di  Saturno messa a cuocere dolcemente in una bacinella.
Nulla è detto sulle percentuali relative dei materiali da impiegare, ma su questo punto è possibile che il Trattato di chimica di Lemery possa tornare utile. Tanto più che, in 1981, Canseliet menziona bizzarramente l’ossisolfuro di antimonio: ora, la stibina è un trisolfuro, mentre ossisolfuro è la kermesite, minerale quanto mai raro nella crosta terrestre, che prende il nome da un vecchio, e ormai desueto, farmaco chiamato “kermès minerale”: e qui, per chi ha letto Fulcanelli, le suggestioni non fanno che moltiplicarsi…

1979c ci informa invece che la nostra materia, nel corso di una cottura che si presagisce molto lunga, deve giungere ad assumere una colorazione bruna, ossia marrone scuro (naturalmente può esserlo più o meno a seconda della provenienza del minerale e del luogo e delle condizioni in cui l’assazione è avvenuta). Non solo, ma 1979a, suggerendo che si debba aumentare e diminuire la temperatura, sembra anche esortarci a tener conto delle variazioni climatiche e astronomiche.
Quanto all’aumentare “la virtù paramagnetica della materia filosofale” di 1981, molti hanno un po’ troppo frettolosamente creduto trattarsi dell’antimonio o del suo trisolfuro: come la frase su Curie (1972b) testimonia, Canseliet intendeva invece riferirsi piuttosto al protagonista maschile dell’Opera. D’altra parte non si vede proprio come l’antimonio, che è diamagnetico, possa aumentare una virtù paramagnetica che non ha mai posseduto.
Saranno sufficienti queste informazioni per farci ottenere il risultato desiderato? Per rispondere non c’è che sottoporle alla prova dell’esperienza.

Nelle foto qui sotto si può vedere la materia prima e dopo l’assazione.

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