L’estrazione del sale dal caput mortuum per via secca

“Ora, senza prendere niente all’elemento solido di quel che costituisce la sua ricchezza nascosta, ignea e solforosa, bisogna comunque estrarne la salina e viscosa umidità che, innanzitutto, si opporrebbe alla sua calcinazione.  L’operazione è affatto realizzabile per via secca, benché resti tributaria del potentissimo catalizzatore di cui l’artista sperimentato dispone, evidentemente, all’interno della sua Grande Opera e di cui avrà l’idea, presto o tardi, in conseguenza del più semplice ragionamento logico.”

CANSELIET E., L’alchimie expliquée sur ses textes classiques, Pauvert. Paris, 1980, p. 206.

Il ragionamento logico di cui parla Canseliet non dev’esser poi così semplice, se finora non si ha notizia di alchimisti che abbiano dichiarato di averlo saputo formulare: in genere, infatti, tutti praticano il metodo umido divulgato da Sabine Stuart de Chevalier convinti che sia del tutto equivalente a quello secco.  Proprio per questa ragione ho messo in corsivo l’inciso iniziale della prima delle due frasi che costituiscono la citazione di Canseliet: è proprio così sicuro che anche l’estrazione umida – di cui significativamente il maestro di Savignies nelle sue opere non parla mai – possa avvenire “senza prendere niente all’elemento solido di quel che costituisce la sua ricchezza nascosta, ignea e solforosa”?  Mi permetto di dubitarne, ma per avere qualche certezza in materia occorrerà sperimentare entrambi i metodi e poi sottoporre i due tipi di terra adamica che ne risultano alla prova delle sublimazioni.

Per farlo occorrerà dunque tentare di rinvenire il metodo secco, e a questo fine converrà osservare attentamente la tavola n. VI di L’alchimia: simbolismo ermetico e pratica filosofale (Mediterranee, Roma, 1985) dello stesso Canseliet, che riporto qui sotto.

Ancor più, converrà meditare il breve commento di cui è corredata e che offre alcuni elementi indispensabili alla sua invenzione. Mediante esso Canseliet ci fa sapere che il “potentissimo catalizzatore” artefice dell’operazione è quel sale che viene “estratto dall’urina dei ‘giovani collerici’”, e già non è un’indicazione da poco. Aggiunge poi che si tratta di un’operazione “breve, violenta” e non priva di pericoli. Lascio al lettore l’onere di disegnarne nella sua mente i dettagli: dal canto mio posso confermare che essa è perfettamente fattibile e che quel che ne dice Canseliet è esatto. Essa dovrà dunque essere eseguita su quantità non troppo grandi di materiali e con tutta la prudenza del caso. Chiudo inserendo due fotografie scattate durante una prova fatta su soli 100 g. di caput mortuum che ritraggono rispettivamente il metallo maschio perfettamente separato dal miscuglio magmatico e quest’ultimo così come appare, immediatamente dopo il termine dell’operazione e prima che il sale prezioso ne venga estratto.

CAUDA PAVONIS

Accanto alla sposa di Giove, un pavone – sovente suo attributo – fa vibrare la sua ruota e mostra i meravigliosi colori della sua coda, che riproducono quelli del nostro vetro in perfetta fusione.  Fenomeno dell’Opera, meteora del cielo dei saggi, che gli antichi autori chiamavano la coda del pavone, paragonandola alle iridizzazioni ocellate dell’aristocratico uccello. Ugualmente, nel crogiolo della via secca, esplodono le maglie colorate della rete circolare, diversamente illuminate dal basso, come il rosone d’una cattedrale, che veniva anche chiamato rota (la ruota) e che il sole del tramonto incendia.

CANSELIET E., L’alchimie et son livre muet, J. C. Bailly Editeur, p. 84 

Solo uno sciocco prenderebbe alla lettera tutte le affermazioni contenute nella precedente citazione di Canseliet che si riferisce alla fase mediana dell’Opera, ossia quella delle aquile o sublimazioni: è infatti del tutto impossibile che all’interno di un crogiolo in cui le materie sono perfettamente fuse possano cogliersi altri colori che non siano il rosso e il bianco mescolati in diverse sfumature. Come nel caso dell’ultima cottura, anche qui i colori sono visti con gli occhi della mente, vale a dire simbolicamente: infatti la coda del pavone è verde come il vitriol mentre gli occhi di cui è costellata sono rossi e blu, tinte attribuite rispettivamente al solfo o oro dei filosofi e al mercurio.

Allo steso modo nel crogiolo ardente, durante le sublimazioni, il vitriol è costellato da bolle che, in luogo di esplodere e disperdere nell’aria il loro contenuto, si spandono alla sua superficie vischiosa. Tali bolle sono appunto formate dal mercurio che, passato allo stato di vapore, abbraccia strettamente la parte più pura della terra adamica, il solfo, e trascinandola con sé verso l’alto, la porterebbe via nel cielo se non ne fosse impedito dalla rete che il filosofo ha prudentemente steso sul suo percorso ascensionale. Il vetriolo è infatti, molto esattamente, la rete che pesca e trattiene il pesce mistico menzionata da tanti antichi autori.  

Come si può vedere molto chiaramente nel breve filmato qui accluso, tali bolle, spandendosi alla superficie del vitriol, hanno appunto l’aspetto degli occhi sulla coda di un pavone, e giustificano perfettamente l’antica analogia. Nell’arte regia, infatti, non vi è un solo simbolo che non abbia un legame preciso, ora più stretto ora più lasco, con la realtà operativa così come il filosofo può scorgerla nel corso del suo lavoro.

N.

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