Accanto alla sposa di Giove, un pavone – sovente suo attributo – fa vibrare la sua ruota e mostra i meravigliosi colori della sua coda, che riproducono quelli del nostro vetro in perfetta fusione. Fenomeno dell’Opera, meteora del cielo dei saggi, che gli antichi autori chiamavano la coda del pavone, paragonandola alle iridizzazioni ocellate dell’aristocratico uccello. Ugualmente, nel crogiolo della via secca, esplodono le maglie colorate della rete circolare, diversamente illuminate dal basso, come il rosone d’una cattedrale, che veniva anche chiamato rota (la ruota) e che il sole del tramonto incendia.
CANSELIET E., L’alchimie et son livre muet, J. C. Bailly Editeur, p. 84
Solo uno sciocco prenderebbe alla lettera tutte le affermazioni contenute nella precedente citazione di Canseliet che si riferisce alla fase mediana dell’Opera, ossia quella delle aquile o sublimazioni: è infatti del tutto impossibile che all’interno di un crogiolo in cui le materie sono perfettamente fuse possano cogliersi altri colori che non siano il rosso e il bianco mescolati in diverse sfumature. Come nel caso dell’ultima cottura, anche qui i colori sono visti con gli occhi della mente, vale a dire simbolicamente: infatti la coda del pavone è verde come il vitriol mentre gli occhi di cui è costellata sono rossi e blu, tinte attribuite rispettivamente al solfo o oro dei filosofi e al mercurio.
Allo steso modo nel crogiolo ardente, durante le sublimazioni, il vitriol è costellato da bolle che, in luogo di esplodere e disperdere nell’aria il loro contenuto, si spandono alla sua superficie vischiosa. Tali bolle sono appunto formate dal mercurio che, passato allo stato di vapore, abbraccia strettamente la parte più pura della terra adamica, il solfo, e trascinandola con sé verso l’alto, la porterebbe via nel cielo se non ne fosse impedito dalla rete che il filosofo ha prudentemente steso sul suo percorso ascensionale. Il vetriolo è infatti, molto esattamente, la rete che pesca e trattiene il pesce mistico menzionata da tanti antichi autori.
Come si può vedere molto chiaramente nel breve filmato qui accluso, tali bolle, spandendosi alla superficie del vitriol, hanno appunto l’aspetto degli occhi sulla coda di un pavone, e giustificano perfettamente l’antica analogia. Nell’arte regia, infatti, non vi è un solo simbolo che non abbia un legame preciso, ora più stretto ora più lasco, con la realtà operativa così come il filosofo può scorgerla nel corso del suo lavoro.
N.
