Soltanto gli stupidi o gli imbroglioni possono ormai sostenere che il cosiddetto graal sia una specie di scodella o bicchiere nascosto in qualche angolo del mondo. Quanto all’idea propagata da tre ingenui scribacchini, ossia che si tratti del sangue reale della stirpe di Cristo, è già stata sufficientemente sbugiardata dalla critica per occuparsene.
Senza perdere tempo in panegirici, diremo che la leggenda del graal origina certissimamente dall’alchimia, e lo prova il fatto che solo questa disciplina è in grado di render conto della difformità nella quale questo strano oggetto compare nei testi che lo menzionano. Nel Peredur esso è infatti una testa mozzata, nel Joseph d’Arimathie di Robert de Boron un vaso contenente il sangue di Cristo e nel Parzival di Wolfram von Eschenbach uno smeraldo caduto dal diadema di Lucifero: ebbene, soltanto in alchimia si trova qualcosa che è al contempo testa, pietra e coppa.
È quello che intendiamo mostrare qui brevemente.
Cominciamo con la testa. A questo proposito dobbiamo notare preliminarmente che nel menzionare il graal si commette ordinariamente un banale errore grammaticale, perché il nominativo del termine è graaus: “Tant sainte chose est li graaus”, scrive Chrétien de Troyes in Le roman de Perceval et le conte du graal. Nel titolo del libro la forma del temine – forma che ha ingannato tutti – è graal semplicemente perché si tratta di un genitivo. Di conseguenza se ne è sempre cercata la genealogia semantica inseguendone la forma sbagliata, d’onde il noto gradalis latino, kràter greco o addirittura, nella lettura di Pierre Dujols ripresa da Fulcanelli, gardal egizio. Tutte etimologie che sarebbero plausibili se la forma nominativa del termine fosse graal, ma abbiamo appena visto che è invece graaus.
Graaus dunque, il che ci dà occasione di segnalare che questo termine, altrimenti misterioso, non è che la traslitterazione in francese del greco gràüs (γραῦϛ), termine che significa donna vecchia, ma analogicamente – ed è il significato che ci interessa – pellicola, panna, spuma che si forma su certi liquidi. Effettivamente in alchimia la cosa chiamata graaus galleggia sulla materia in fusione come la panna sul latte, e si solidifica come una sorta di vetro raffreddandosi nel cono di colata. Possiamo darne uno specimen molto eloquente nella foto che prendemmo, ormai parecchi anni fa, di un errore risultante da un ingrassaggio troppo scarso della lingottiera: a causa di ciò il lingotto vi aderì in modo tanto stretto da spezzarsi nettamente in due all’atto di apertura del cono. Risultato maldestro ma di indubbio valore pedagogico.

Ebbene, si può vedere chiaramente come la sostanza che nella letteratura cavalleresca è chiamata graaus e in quella alchemica vitriol oppure anche leone verde, galleggia sulla materia come un olio o una crema. È per questa ragione, ossia perché sta in alto, che può essere simboleggiata da una testa che – nella misura in cui dovrà essere separata dalla materia sottostante – si dirà tagliata.
Veniamo ora allo smeraldo: qui la spiegazione è davvero semplice perché uno dei nomi con cui in alchimia si indica la sostanza in questione è appunto smeraldo dei filosofi, per la ragione che la foto seguente esibisce in modo più che eloquente.

Questo smeraldo – che non ha nulla a che vedere con il vetriolo volgare, ossia il comune solfato di ferro, perché quest’ultimo è verde-blu mentre il nostro vitriol è verde-giallo – viene dal cielo, proprio come dice la leggenda del graal. La cosa è magnificamente rappresentata da una delle pitture alchemiche del convento francescano di Cimiez in cui si vede un anello adorno di un magnifico smeraldo sospeso tra cielo e terra mediante un filo.

Il significato della sostanza in questione come coppa o vaso è meno semplice da chiarire, eppure il nostro graaus, purnella sua trasparenza ialina, contiene effettivamente qualcosa, ossia il cosiddetto latte della Vergine, così come si riempirà in un secondo tempo, come dice la leggenda, anche del sangue del Cristo. Si può rendersene conto attraverso un’esperienza affatto positiva mediante la quale si può isolare il contenuto dal contenente: ammesso che, attraverso il proprio studio e il proprio lavoro, si riesca a procurarsi una certa quantità di questa sostanza – cosa già di per sé piuttosto difficile e rara – la si fonda in crogiolo aggiungendo, cucchiaiata dopo cucchiaiata, un ottavo del suo peso di carbone di legna polverizzato. Alla fine si coli e si lasci raffreddare: il vitriol sarà perduto per sempre ma, sbriciolando la sostanza salina mista al carbone, si troverà al suo interno un minuscolo lingotto del tutto identico a quello che mostriamo in foto, che abbiamo accostato a un paio di occhiali perché se ne possano valutare le dimensioni.

Questa esperienza, operativamente del tutto inutile ma tuttavia assai istruttiva per le considerazioni che se ne possono trarre, completa la nostra terna di qualificazioni e dimostra – come avevamo annunciato – come solo in alchimia vi sia una cosa che è contemporaneamente testa, pietra e vaso. Questa cosa è stata trasposta nella letteratura cavalleresca medievale nella serie di leggende che si riferiscono al misterioso oggetto dai moderni chiamato – erroneamente – graal.
N.
