L’equivoco del “leone verde”

Gli studiosi di alchimia cadono spesso vittime di un fraintendimento intorno a ciò che è indicato dall’appellativo “leone verde”. Ciò è causato da un equivoco, coscientemente intrattenuto nella letteratura alchemica, che intendo qui dissipare.

Infatti, in alchimia, le sostanze chiamate “leone verde”, in riferimento al loro colore, sono due. Una prima è prodotta alla fine delle purificazioni, quando il sale si colora di una bella tinta oliva per azione di ciò che gli antichi alchimisti hanno chiamato “lo spirito”. Questa sostanza è chiamata anche “smeraldo dei filosofi”, “vitriol” oppure anche “nostoc” per la sua somiglianza con l’alga dello stesso nome. 

La seconda invece si costituisce progressivamente – per modificazione di questo primo leone verde – nel corso delle sublimazioni della seconda opera grazie alla salita del solfo filosofico. A causa di ciò il primo leone verde cambia colore: esso appare nero quando è compatto ma, se lo si polverizza nel mortaio, rivela la sua vera tinta che non è più oliva, verde-gialla, ma verde bottiglia.

Anche questa sostanza, che ha cambiato significativamente la propria composizione, nella letteratura alchemica viene talora indicata con il nome di “leone verde”, così come l’agente che ne ha provocato il viraggio cromatico. Ed è proprio di quest’ultimo che parla Canseliet a pag. 242 dell’edizione Pauvert del suo L’alchimia spiegata sui suoi testi classici.

Il leone verde che è, per Fulcanelli, «la grande incognita del problema», abbandona, mediante la sublimazione, il limo fangoso e rosso che lo teneva prigioniero, al fine di guadagnare il bagno superiore reso attivo dal fuoco sapientemente gestito, e di apparire in superficie.

Molti operatori, vittima dell’equivoco, si sono sbagliati sulla reale identità di questo “leone verde”, e hanno creduto – in modo del tutto contrario non solo alla tradizione ma anche alla logica – che si trattasse di mescolare alla terra adamica il primo leone verde, ossia quello proveniente dalle purificazioni. Questa è peraltro la ragione per cui ho scritto questa breve nota: per riportarli sul giusto cammino.

Chiudo con un’osservazione che a molti potrà sembrare fuori luogo o comunque senza valore: l’ossido ferrico viene utilizzato per dare al vetro un colore verde bottiglia del tutto simile a quello del nostro secondo “leone verde”.

N.

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